Quello che facevamo dopo scuola negli anni 60 e 70 scioccherebbe i genitori di oggi

Quello che facevamo dopo scuola negli anni 60 e 70 scioccherebbe i genitori di oggi. Non è un titolo sensazionalista ma una constatazione: le nostre estati erano piene di permesso implicito, gli orologi erano più lenti e la paura era una parola diversa. Oggi parlo con la convinzione di chi ha smesso di giustificare il passato ma non di rinnegarlo.

Strade come cortili e il valore dell’abitudine

Uscivi dalla scuola e la città diventava il tuo cortile. Si restava ore fuori, a volte senza dire a nessuno dove si sarebbe andati. Salire su una bicicletta e sparire verso il fiume era normale. Non c’era il controllo continuo, c’era piuttosto un controllo sociale: il barista che sapeva il tuo nome, la signora al mercato che ti chiamava per il pranzo. Non funziona più così. La fiducia ora è un bene raro.

Pericolo o formazione nascosta?

Lo ammetto: c’era pericolo. Ma c’era anche apprendimento. Abbiamo imparato a negoziare con coetanei, a risolvere piccoli conflitti senza l’arrivo degli adulti. Si impara a cadere e a rialzarsi. Non dico che fosse tutto bello; dico che quel tipo di libertà produceva abilità sociali che oggi vedo diminuire nei giovani urbani. Questa osservazione è personale ma consistente con quello che osservo nei parchi e nelle piazze.

Giochi che non esistono più

Non esiste più il concorso di corse sui marciapiedi, la costruzione di capanne con gli assi abbandonati, o la negoziazione a voce bassa per una partita di calcio su un cortile improvvisato. Non esiste la stessa creatività forgiata dall’improvvisazione. Oggi il divertimento è spesso mediato da schermi e programmi organizzati. Non sto proponendo un ritorno al passato pedissequo. Sto semplicemente osservando che abbiamo perso strumenti pratici di autonomia.

Chi ha deciso che la supervisione totale è sinonimo di amore?

La risposta facile è la paura. Ma la paura non è sempre cura. Spesso è un modo per evitare la responsabilità di insegnare. Vedo genitori che fanno per i figli cose che una volta sarebbero state lezioni. Il risultato è una generazione che non sempre sa calibrare rischi reali e rischi percepiti. Forse dovremmo ripensare a come equilibrare tutela e libertà.

Il tempo non strutturato come palestra

Il tempo libero non strutturato era una palestra. La noia era un ingrediente attivo. Da quella noia nascevano squadre improvvisate, giochi fatti con regole inventate al volo, piccole economie in cui si barattavano gomme da masticare o figurine. Quel microcosmo insegnava responsabilità, strategia e persino etica. Lo so suona nostalgico ma ho visto quei meccanismi agire da adulto: persone capaci di adattarsi meglio perché da bambini avevano dovuto inventarsi soluzioni.

Non tutto è replicabile

Non dico che possiamo o dobbiamo riportare indietro gli anni 60 e 70. La sicurezza pubblica è migliorata, la consapevolezza sulle violenze ha fatto passi avanti. Alcune pratiche non sono riproponibili né desiderabili. Però possiamo chiederci quali elementi di quella libertà erano utili e come potremmo recuperare quei gesti sani senza esporre i minori a rischi inutili.

Una provocazione finale

Quando racconto queste storie mi accusano di esaltare il passato. Non è così. Voglio che le nuove generazioni possano sperimentare una dose di rischio sufficiente a farli crescere. Che non si tratti di abbandono ma di fiducia. Fiducia organizzata. Contenuta. Misurata. Perché privare i ragazzi di ogni responsabilità è un atto di superficiale protezione che spesso produce adulti fragili.

Non offro soluzioni miracolose. L’intento è far pensare: abbiamo scambiato libertà per sicurezza percepita senza valutare il prezzo. A volte il futuro richiede un ritorno parziale a pratiche che non si erano inventate per piacere ma per costruzione sociale. Scegliamo cosa recuperare e cosa lasciare dietro di noi.

Idea chiave Perché conta
Tempo libero non strutturato Favorisce creatività e autonomia.
Controllo sociale Offriva sicurezza e responsabilità diffuse.
Pericoli reali Hanno insegnato gestione del rischio ma non tutti sono accettabili oggi.
Valore della noia Generava iniziative e apprendimento informale.

FAQ

Come si può recuperare il senso di libertà senza esporre i bambini a pericoli?

Si può ricominciare con spazi controllati ma non iperprogrammati. Parliamo di zone dove i ragazzi possono decidere attività con regole condivise dagli adulti ma non imposte rigidamente. La presenza adulta deve essere più silenziosa e meno direttiva, pronta a intervenire quando serve ma lasciando l’iniziativa ai giovani. È un equilibrio difficile ma praticabile se si pensa in termini di comunità piuttosto che di sorveglianza individuale.

Non è meglio affidarsi alle attività strutturate?

Le attività organizzate offrono valore e competenze specifiche. Il punto è non ridurre tutta l’infanzia a lezioni e corsi. Ciò che manca spesso è il tempo libero autentico, quello senza obiettivi prefissati, che migliora la creatività e il problem solving informale. Un mix ragionato è la strada più solida.

Non si rischia di romanticizzare il passato?

Sì e no. Romanticizzare significa ignorare i problemi reali di quel periodo. Riconoscere aspetti positivi come l’autonomia non è una giustificazione totale. È una lettura selettiva con un fine pratico: capire cosa funziona ancora oggi. L’analisi critica serve a tenere ciò che aiuta e scartare ciò che fa male.

Come reagiscono i ragazzi di oggi a più autonomia?

Molti la cercano, altri la temono perché non abituati. La chiave è accompagnamento graduale. Dare responsabilità progressiva e osservare la risposta. Spesso i giovani sorprendono per capacità di adattamento quando ricevono fiducia reale, non gestita come premio o punizione ma come parte di un processo educativo.

C’è un ruolo per le scuole in tutto questo?

Le scuole possono creare spazi non valutativi dove sperimentare progetti liberi. Laboratori aperti, ore di gioco creativo, progetti di quartiere possono essere integrati senza sovraccaricare il curriculum. Serve courage amministrativo e visione pedagogica che guardi oltre risultati misurabili immediatamente.

Author

  • Antonio Romano

    Owner & Culinary Director
    Ristorante Pizzeria La Colomba

    Antonio Romano is the owner and culinary director of Ristorante Pizzeria La Colomba, located in Colognola ai Colli (VR), Italy.

    With hands-on experience in professional kitchen environments, Antonio oversees daily restaurant operations, menu development, ingredient sourcing, food preparation standards, and service quality control. His work is grounded in practical culinary execution rather than theoretical or promotional concepts.

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